CRITICA

" Guardo, curioso, il catalogo dei disegni che sono stati messi all’asta a Parigi, all’Hotel Drouot, nel dicembre 2002. In copertina una testa “parlante” di Giovanni Battista Tiepolo; inedito formidabile nel quale il vero è quello di sempre, senza tempo. Testa “nuda” d’un giovane che urla qualcosa a un interlocutore lontano che potrei essere io.
E’ Tiepolo? Le vibrazioni della sanguigna conducono a lui, anche nell’orecchio mosso e caldo, lumeggiato con tocchi sapienti di biacca. E’ la vita, come in una scultura.
E’ il vero quotidiano che piace ad Anna Maria Ferrari, per nulla preoccupata dall’analisi o dalla sintesi, problemi che esulano dalla sua forma mentis. Quel Dio che secondo il salmo tocca con la punta delle dita le come dei monti, e fumigano, le ha concesso il miracolo di comunicare la vita alla creta. Ad Ovidio aveva concesso la naturale eleganza dell’eloquio: “Et quod temptabam dicere, versus erat;” parole nella danza della metrica.
Quando la Ferrari insegna, i bambini l’osservano attenti, stupiti.
Vorrebbero fare quello che fa lei, superata la stagione incosciente dello scarabocchio, non ancora turbati dagli inganni dei critici, attenti ai muti e ai balbuzienti. La Ferrari, piacerebbe al Tiepolo per la felicità del segno, per la freschezza dell'istantanea. Viene in mente la Bambina sulla sedia di Manzù della collezione Pio Manzù di Bergamo.
Però la Ferrari ha una visione delle cose più domestica, con accenti di verità più feriali (più casa) e quindi sostanzialmente diversi, per certi aspetti più vicini a modi espressivi più lontani nel tempo, come quando modella la giovane mamma che sente con le labbra se scotta la pappa destinata al suo bimbo, soggetto che aggiorna quello dela fantesca nel Presepe di Guido Mazzoni (Modena, Duomo), detta dal popolo "Suor Pappina".
La Ferrari è legata al passato ma bene ancorata al vero di domani, perchè crede nell'uomo e nelle cose che lo circondano: capisce la perfezione matematico-filosofica del punto e della linea, ma sa che i buchi e i tagli li ha già proposti, e con fortuna, Lucio Fontana, al termine di una carriera che gli aveva dato qualche soddisfazione malgrado i dispiaceri per la mancata commissione di una porta del Duomo di Milano.
Crede, come ci credo io, che sia vero quanto raccontò un amico di Fontana, il noto scrittore Piero Chiara: "quando Fontana vide correre i critici a guardare i buchi ed i tagli che aveva fatto in alcuni cartoni, e li sentì elucubrare intorno a quei suoi gesti d'ira contro la sfortuna che lo perseguitava, si accorse di aver scoperto un tesoro.
Da allora continuò a far buchi e tagli sghignazzando sui critici e sulla sorte balorda che lo aveva negletto quando era un artista serio per favorirlo quando s'era messo a beffeggiare il pubblico...: si divertiva a vedersi interpretato come "un'ultima propaggine del vitalismo, un simbolo liberatorio e, addirittura, iniziatico"; gli inventori di teorie estetiche finirono per trovare in lui anche una "misura di realismo".
La Ferrari crede nel miracolo delle sue mani: non s'accontenta del ritratto (e con i tempi che corrono sarebbe già gran cosa), ma racconta con i colori e con la creta. Sono giovani donne in movimento le sue creature, in qualche caso a formare un gruppo: ricordo un giovane e una ragazza accovacciati uno accanto all'altra, vicine le teste, anzi le tempie, così da sentirne il tepore e le pulsazioni, sereni i volti in un tenue sorriso di contemplazione. Mi hanno sempre meravigliato i panneggi stropicciati realizzati con il caolino (bianco sul rosato naturale della terracotta), d'un naturale che sembra miracolo, intorno a corpi senza peccato ma non senza desideri."

(Ferdinando Arisi)

 

" In questa dimensione di attenzione al figurativo si muove pure Anna Maria Ferrari, la cui ispirazione si rivolge preferibilmente alla donna, vista com'essa è ("non più puttana, non più madonna"), per quello che è (ma al di fuori di preoccupazioni di carattere ideologico, di rivendicazioni politiche o d'altro genere).
Una donna intenta alla sue quotidiane, eterne occupazioni (la madre con il suo bambino), colta in un frammento della sua giornata (la colazione) ma preferibilmente vista in un gesto di sospensione, in un momento di raccoglimento pensoso, quasi stupefatto. Nulla di inquietante viene ad alterare, tanto meno a insidiare l'umanità profonda di queste creature, che si concedono talora qualche evasione fantastica, qualche sogno, rannicchiate sulle loro poltrone, ma essendo pronte a tornare subito sulla terra, da dove sono nate, da cui non vogliono in fondo allontanarsi.
E' come se Anna Maria Ferrari si vietasse ambizioni eccessive, come anche interpretazioni arzigogolate, letture esoteriche: il suo obiettivo è semplice, chiaro: restituire l'emozione della femminilità, ribadire i valori espressi dalla donna nella sua essenza, in quello che essa ha di eterno e universale.
Un obiettivo semplice, si ripete, ma tutt'altro che banale, indegno di essere perseguito.
In questo senso, la scelta di Anna Maria Ferrari assume un significato profondo: è un atto di fiducia, un gesto di coraggio e di amore.La fiducia è, appunto, nell'umanità, la quale percorre sentieri sinuosi e travagliati e non di rado manifesta aspetti ferini che purtroppo sembrano ineliminabili e tuttavia mantiene intatta, se Dio vuole, una propensione altrettanto ineliminabile a ciò che è bello e buono, a ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Il coraggio, poi, Anna Maria Ferrari lo dimostra quando fa scelte linguistiche piane, pacate, che non si allontanano dal figurativo, senza la volontà di deformare l'immagine e anche vietandosi inflessioni ironiche o qualche tipo di gioco intellettuale. E bisogna dire che la padronanza dei mezzi espressivi è ormai alta, e consente di esprimere stati d'animo sottili, tra sogno e attesa, non facili da rendere nella scultura. Una scultura che è, infine, un atto d'amore per la vita, colta nelle sue ore trepidanti, con una cordialità di fondo che è capace di convivere con leggere ombre malinconiche, accettate comunque, anch'esse, proprio perchè parte integrante dell'esistenza."

(Stefano Fugazza)

 

"Pittura e scultura vanno spesso a braccetto nell'attuale stagione espositiva piacentina e la mostra in corso in questi giorni nelle sale degli Amici dell'Arte conferma questa tendenza. Espongono infatti, due artiste piacentine, la pittrice Donatella Borsotti e Anna Maria Ferrari già ben nota, e apprezzata come pittrice, ma questa volta presente esclusivamente con opere di scultura (...). Anna Maria Ferrari approda in scultura ad un neoclassico di fluente eleganza che invano cercheremmo nella sua pittura di forte e intenso impatto realistico novecentista. C'è il caso, nella nostra storia d'arte piacentina di un Ricchetti, pittore di sensibilità se non identica molto vicina a quella che esprime oggi la Ferrari, che, anche in scultura continuava il discorso di forte e spigoloso impatto plastico con la figurazione. E invece la Ferrari scultrice cambia mondo e linguaggio espressivo con uno svolgimento creativo sensibile, e sollecito ai valori della grazia, del ritmo compositivo fresco e sorgivo, della carezza armoniosa ed elegante ad una materia (terracotta, ma ora per la prima volta, anche il bronzo) che sembra diventare leggera e cantante sotto le sue mani. Ecco. La "sobria eleganza" (così si esprime Arisi nella sua breve nota critica sul catalogo) e l'armonioso movimento della forma figurativa sembrano essere i valori caratterizzanti di questa sua scultura ma, ad una più attenta e profonda lettura, trapela una progettualità contenutistica che va al di là e al di sopra del risultato estetico e che ci dà un personaggio (la sua giovane donna in un prototipo non da vamp ma da serena e confidenziale protagonista della casa) pervaso di quieta e dolce pensosità, come penetrato da sogni ineffabili che forse non si realizzeranno mai."

(Ennio Concarotti)

 

"Narratrice dell'oggi è Anna Maria Ferrari, di un quotidiano mondo affettivo che condensa, solidifica nella terracotta con la quale costruisce le sue figure. Figure di donna, ché l'universo della scultrice è tutto femminile, e tutt'intriso di quelle relazioni, di quelle emozioni e sentimenti che sono costitutivamente posti in relazione con la femminilità. Figure intente ai piccoli atti d'ogni giorno, al riposo, all'amore, assorte e pensierose, fermate nella leggerezza del gesto, consolidate nella dinamica del vivere, le donne, le ragazze, le bimbe di Anna Maria Ferrari conservano la pudica dolcezza delle forme piene, la levigatezza morbida e soffusa dei colori giovanili: il roseo della terra, il bianco di caolino delle succinte vesticciole, accompagnano la gentile carola delle loro posture, salde quanto basta, mai grevi, quasi la materia rifiutasse la pesantezza dell'essere, la scansione del tempo. Non grava, tuttavia, sulla scultura della Ferrari, la forza della terra con cui impasta le sue realizzazioni plastiche, ma, anzi l'autrice la domina bellamente, la plasma con mano abile e la conduce, domata, all'alternato chiaroscuro, al modulato proporsi, all'armonia della proporzione. Figure come scatti di un flash, momenti di un mondo tutto umanità, che la materia non imprigiona ma risolve con la cordialità della comprensione dell'arte che davvero affratella."

(Tiziana Cordani)